Non Solo Caffè e Codice: Come gli Hackathon Europei sono Diventati i Salotti Culturali della Nuova Generazione
Photo: Arthur Gamsa, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Chi me l'ha detto, qualche anno fa, che avrei visto un DJ set alle tre di notte in una sede di hackathon, avrei sorriso con superiorità. E invece è successo, ed è successo più volte. Gli hackathon europei hanno smesso da tempo di essere competizioni tecniche tra nerd con felpa e pizze freddo: sono diventati qualcosa di più ambiguo e più interessante — dei veri e propri salotti culturali per una generazione che non si riconosce né nei festival tradizionali né nei congressi aziendali.
Berlino: la notte lunga
Prendiamo Berlino, ovviamente. Nella capitale tedesca gli hackathon si tengono in spazi che un tempo erano fabbriche, bunker, club. E la cultura dei club — quella notte infinita, quella dissoluzione del confine tra lavoro e festa — ha contaminato il format. Si programma fino a tarda notte, ma tra un commit e l'altro ci sono performance audiovisive, installazioni, proiezioni. Il codice diventa un pretesto per stare insieme, non l'obiettivo finale.
Tallinn: piccola, ma avanti
All'altro estremo d'Europa, Tallinn fa quello che Tallinn fa da vent'anni: essere inconcepibilmente avanti. L'Estonia ha costruito la propria identità nazionale attorno al digitale, e i suoi hackathon sono eventi quasi istituzionali dove l'innovazione civica incontra la scena creativa baltica. Il risultato è un formato sobrio ma sorprendentemente caldo, dove un funzionario pubblico può ritrovarsi allo stesso tavolo di una videoartista.
Milano: la nostra svolta
E poi c'è casa nostra. Milano ha capito che l'innovazione italiana non può vivere solo dentro i politecnici e le corporate. Gli hackathon milanesi degli ultimi anni hanno portato dentro il format ciò che sa fare meglio: design, estetica, convivialità. Si mangia bene, si discute di progetti open source ma anche di patrimonio culturale digitale, e la competizione — per fortuna — passa spesso in secondo piano.
Perché funziona
C'è una ragione sociologica dietro tutto questo, ed è più profonda del semplice fattore moda. Le nuove generazioni di developer sono cresciute in un'epoca di remoto forzato e di solitudine digitale. Ciò che cercano in un hackathon è esattamente ciò che cercava la borghesia illuminista nei salotti: confronto faccia a faccia, reputazione costruita attraverso le idee, appartenenza a una comunità. Solo che al posto del tè c'è il specialty coffee, e al posto dei sonetti c'è il codice.
Il rischio, ovviamente, esiste: che questi eventi vengano colonizzati dal marketing, che la community diventi una parola vuota nei deck delle aziende sponsor. Ma finché in un hackathon europeo si potrà fare un progetto assurdo alle due di notte con uno sconosciuto lituano, mentre suona un live coding set sullo sfondo, direi che la cultura — quella vera — ce l'ha ancora fatta a infiltrarsi dove meno te lo aspetti.